Non è una storia lineare, e forse è proprio questo il punto. Nicoletta Ferrazza non costruisce un racconto rassicurante: lo attraversa. Milano, studi in economia dei beni culturali, poi economia e management, una specialistica lasciata a metà e il passaggio a enologia. Nel mezzo, una madre malata, una famiglia che cambia assetto, e nel 2018 una decisione che non era prevista: trasferirsi in Puglia e restare. Oggi guida Torrerivera, cento ettari tra ulivi secolari – alcuni Presidio Slow Food – vigneti e un frantoio di proprietà. Ma più che una scelta romantica, è stata una presa di posizione.
Il suo percorso non è stato lineare. A un certo punto ha cambiato direzione più volte.
«Sì, perché non avevo ancora capito dove volevo stare. Ho studiato economia dei beni culturali, poi economia e management, poi mi sono iscritta a enologia senza finirla. Nel frattempo mia madre stava male. Quando lei ha deciso di trasferirsi in Puglia, nel 2018, l’ho seguita. Pensavo fosse un passaggio. Non mi sono più mossa».
È stato un ritorno alle radici o una scelta forzata?
«Tutte e due le cose. C’è una componente emotiva molto forte. Non era la vita che avevo immaginato, ma a un certo punto è diventata quella giusta. I primi anni non sono stati facili».
Torrerivera è un’eredità di famiglia che parte dal bisnonno. Quanto pesa oggi questa continuità?
«È una responsabilità più che un peso. Ci sono ulivi secolari, alcuni riconosciuti Presidio Slow Food. Non è solo produzione, è tutela. Ma allo stesso tempo devi far funzionare un’azienda. E non sempre le due cose coincidono».
Oggi gestisce un’azienda di cento ettari. Da sola?
«Di fatto sì. L’azienda è di proprietà mia e di mia sorella, ma lei ha un percorso diverso, più artistico. Ci tengo a dirlo: è una cosa nostra, anche se in questo momento non è coinvolta. Mio padre mi ha aiutata molto, soprattutto all’inizio. È architetto, milanese, molto rigoroso. Abbiamo lavorato insieme, ma non è sempre semplice: quando si viene da altri mestieri si portano anche rigidità».

Le manca una struttura?
«Mi manca una persona di pensiero. Ho gli operai, che sono la forza lavoro, ma la gestione è tutta sulle mie spalle: fornitori, impianti, energia, commerciale, comunicazione. È un’azienda complessa. E io non sono mai completamente soddisfatta: si può sempre fare di più.
Adesso sto inserendo una figura con formazione agronomica, che ha già avuto esperienze in altre aziende. L’idea è che possa occuparsi del coordinamento, dalla gestione agricola fino all’accoglienza e alle degustazioni. È un passaggio necessario».
Com’è una sua giornata tipo?
«Non ho una vera routine. Mi occupo delle spedizioni, degli ordini, della parte commerciale e della comunicazione. Seguo la burocrazia, le fiere, gli acquisti. La parte tecnica dell’olio è affidata a un frantoiano pugliese, molto competente, soprattutto nei mesi della raccolta. Ma tutto il resto passa da me».
Avete scelto una filiera interna, con frantoio di proprietà e produzione biologica. È una scelta ideale o necessaria?
«È entrambe le cose. Ci permette controllo, ma richiede investimenti continui. Stiamo lavorando su fotovoltaico, risparmio idrico, gestione energetica. Sono scelte che incidono ogni giorno, non solo sull’immagine».



Accanto all’olio, ci sono anche vigneti.
«Sì, venti ettari. Ho provato a vinificare, abbiamo fatto due vendemmie, ma il vino non è ancora sul mercato. In questo momento l’olio è quello che ci sostiene economicamente. Il vino è un progetto che richiede tempo e una struttura che sto costruendo».
L’azienda era già avviata quando è arrivata?
«Era in perdita. I miei genitori erano separati, la situazione era complicata. Avevo 26 anni, forse era presto per una scelta del genere. Ma a un certo punto non si torna indietro».
Essere una giovane imprenditrice in Puglia oggi cosa significa?
«Che il potenziale c’è, ma non è sempre facile trovare interlocutori. Non c’è una rete così immediata tra giovani imprenditori. Si è spesso molto soli».
C’è spazio per la soddisfazione, in questo percorso?
«Sì, ma non è legata ai premi. Anzi, sono più contenta quando li vincono gli altri. Non sono una persona competitiva. Se fai un buon lavoro, prima o poi viene riconosciuto. E questo mi basta».
Avete anche una masseria ristrutturata, pronta per l’ospitalità.
«Sì, ed è forse il vero potenziale dell’azienda. Mi piacerebbe che non fosse solo un luogo dove si compra olio, ma dove si resta, si vive. Però è un progetto che richiede un’energia che in questo momento non ho. Caratterialmente non è la cosa più naturale per me».
Se guarda a oggi, rifarebbe quella scelta del 2018?
«Sì. Anche se è stata difficile. Forse proprio per quello».

Box – Torrerivera, l’olio come linguaggio
A Torrerivera l’olio non è solo prodotto, ma racconto. Anche nelle parole. Nicoletta Ferrazza gioca con il linguaggio e lo porta fuori dalle bottiglie: “Quanto ti olio!” o “Sott’olio è un posto bellissimo” compaiono su shopper e magliette, piccoli segni di un’identità che cerca leggerezza senza banalizzare.
L’azienda lavora in regime biologico e punta su varietà che raccontano la Puglia senza compromessi: Peranzana, Nocellara e Coratina, accanto a un blend – il “24” – che sintetizza lo stile produttivo. Completano la gamma due cultivar da tavola, Sant’Agostino e Uovo di piccione.
Gli oli hanno ottenuto riconoscimenti, ma qui il tema non è la collezione di premi. È la coerenza del lavoro, dalla gestione degli uliveti fino alla spremitura nel frantoio aziendale, che consente di mantenere il controllo su ogni passaggio. Un’impostazione che privilegia la continuità più che l’effetto. Oggi l’azienda è in una fase di assestamento e crescita. Un passaggio necessario per alleggerire una conduzione ancora molto accentrata e dare continuità a un progetto che, più che espandersi, sta cercando di strutturarsi.


