Prima di occuparsi di vino, Elena Walch faceva l’architetto. Aveva studiato tra Milano e Venezia, poi era tornata in Alto Adige e aveva aperto uno studio a Bolzano. Il vino arriva con il matrimonio e il trasferimento a Termeno, dentro una famiglia che lo produceva dal 1869. Un mondo nuovo che, invece di intimidirla, la incuriosisce. Sono passati più di trentacinque anni. Il suo nome è diventato uno dei più conosciuti del vino altoatesino. Oggi in azienda ci sono le figlie Julia e Karoline, quinta generazione della famiglia Walch: entrate nel 2013 dopo esperienze all’estero, dal 2015 ne hanno assunto la gestione. Elena è arrivata quando molte consuetudini sembravano intoccabili; loro sono cresciute dentro ciò che la madre aveva contribuito a cambiare. Una regola, però, è rimasta: «Se fai qualcosa, devi impegnarti al cento per cento».

La raccontano come una milanese arrivata in Alto Adige. È davvero così?
«I miei genitori erano altoatesini. Mio padre alla fine degli anni Quaranta lasciò l’Alto Adige perché qui c’erano meno possibilità di lavoro e andò a Milano, dove sposò mia madre, che era della Val Venosta».
Quanto c’è di Milano nel suo carattere?
«Credo abbia contato soprattutto il modo in cui siamo cresciute. L’Alto Adige di allora era ancora molto rurale, mentre a Milano l’educazione era diversa: avevamo più occasioni di conoscere, confrontarci, entrare in contatto con realtà diverse. Era un altro modo di guardare il mondo».
Poi sceglie Architettura.
«Ho cominciato a studiare a Milano, dopo due anni sono andata a Venezia e poi sono tornata in Alto Adige. A Bolzano ho aperto il mio studio e ho fatto l’architetto per cinque o sei anni. Poi ho conosciuto mio marito e sono arrivata a Termeno».
Le è costato lasciare il suo lavoro?
«Mi sono trovata dentro un mondo rurale che non conoscevo e mi ha subito interessata. Lo trovavo anche molto romantico. Avevo a disposizione una storia importante: la famiglia di mio marito produceva vino dal 1869. Ho cominciato a informarmi, a imparare, ma anche a guardarmi intorno».
Che cosa voleva cambiare?
«Si faceva tutto in modo molto tradizionale. Le viti erano a pergola, si lavorava soprattutto con varietà autoctone e orientati verso una produzione quantitativa. Io guardavo anche alla Francia e mi chiedevo come si potesse lavorare per ottenere il massimo da quelle uve. I cambiamenti che volevo fare erano costosi: abbiamo estirpato la pergola e cominciato a piantare a guyot. Ma ero convinta che fosse la strada giusta».
Castel Ringberg e Kastelaz furono la svolta?
«Volevo vinificarli separatamente perché per me doveva esserci un legame chiaro tra il vino e il luogo dal quale nasceva. Volevo che il consumatore conoscesse la vigna dietro la bottiglia. Castel Ringberg è un vigneto di circa venti ettari in un unico corpo; Kastelaz è la collina sopra Termeno, dove abbiamo il Gewürztraminer. Due vigneti che meritavano di essere riconoscibili».

Perché volle anche il suo nome sulle bottiglie?
«Perché ero coinvolta in prima persona. Se dovevo portare avanti quelle idee, volevo che ci fosse anche il mio nome: Elena, il mio nome di battesimo, insieme a Walch. È nato così il marchio».
L’architetto è rimasto nella produttrice?
«L’architettura mi ha insegnato ad aprire gli occhi. Ti abitua a vedere quello che hai intorno. C’è l’estetica, ma c’è anche una componente romantica che ritrovo nel vino. E poi il metodo: se fai qualcosa devi impegnarti al cento per cento. Non ho mai rimpianto di aver cambiato mestiere».
Poi cominciano i viaggi all’estero.
«Sono stata tra le prime a viaggiare molto per presentare i vini. Forse mi ha aiutato essere cresciuta a Milano, in una realtà più internazionale. Portavo i miei vini, ma in qualche modo anche l’Alto Adige nel mondo. Trentacinque anni fa c’erano pochi corsi da sommelier e molta meno formazione. Oggi il modo di avvicinarsi al vino è completamente diverso».
Julia e Karoline, che cosa avete ereditato da vostra madre?
«Nostra madre negli anni Ottanta ha avuto una visione importante per la nostra tenuta e per l’Alto Adige. Il nostro compito oggi è custodire quello che abbiamo ricevuto e andare più in profondità. La vigna rimane centrale, ma le sfide sono cambiate».
Quali sono oggi?
«Il cambiamento climatico, innanzitutto. Lavoriamo anche con vigneti ad alta quota, fino a mille metri. Nel 2015 abbiamo realizzato la nuova cantina a gravità e c’è poi tutto il lavoro sulla sostenibilità: siamo certificate VIVA. Abbiamo ricevuto questi vigneti dai nostri antenati e dobbiamo preservarli restando aperte all’innovazione».
Elena, riesce davvero a non intervenire?
«Oggi non mi occupo della cantina e non sono informata su tutto quello che succede nel lavoro quotidiano. Le responsabili sono loro. Bisogna capire che il mondo cambia. Cambia la comunicazione, cambia il modo di lavorare, cambia anche il modo di avvicinarsi al vino. A una certa età è giusto lasciare le redini».
Aveva preparato le sue figlie a prenderle?
«Non ho mai detto a nessuna delle due che sarebbe dovuta tornare. Ho sempre detto: Fate quello che vi piace, perché anch’io ho fatto quello che mi piaceva. Sono state loro a scegliere. Ed è una bella cosa».

Essere una donna nel vino le ha mai pesato?
«Anche in architettura allora le donne erano poche ed ero abituata a essere circondata da uomini. Il vino altoatesino era molto maschile, ma per me era una sfida. Forse c’era anche un po’ di orgoglio nell’essere tra le prime».
E per voi, Julia e Karoline?
«Per noi era normale. Siamo cresciute vedendo una donna alla guida di un’azienda. Oggi nel vino ci sono molte più donne e sicuramente c’è ancora spazio per crescere, ma tante cose per noi sono naturali proprio perché abbiamo avuto nostra madre come esempio».
Una regola che vale ancora?
Elena: «Fare bene le cose, farle correttamente. E guardare oltre».



