Cristina Hu: “Piatti ricercati e carta dei tè, ecco il mio nuovo Miyama”
Cinese di origine – è nata a Zhejiang nella Cina orientale – ma appassionata di cucina nipponica, Cristina Hu nel 2010 ha aperto a Milano insieme al marito Daniele Zhang il raffinato ristorante giapponese Miyama (www.miyama.it), nei pressi dello stadio San Siro. Ponendosi come eccellente padrona di casa nel nome dell’ospitalità, in perfetto oriental style.
Come è iniziata la sua attività di imprenditrice?
“Provengo da una famiglia di ristoratori, proprio come quella di mio marito: i miei genitori avevano un ristorante di cucina italiana, mentre i suoi di cucina cinese, tutti qui in Italia. E così, quando noi due ci siamo conosciuti tramite amici comuni, gli ho proposto di creare una nuova attività non soltanto tutta nostra, ma anche diversa da quelle delle nostre famiglie: un ristorante di cucina giapponese. Così, una quindicina di anni fa è nato il nostro Miyama”.
Perché ha scelto la cucina giapponese?
“Perché dopo aver fatto un po’ di esperienza nel settore nei ristoranti di famiglia, il mio primo impiego esterno è stato proprio in un locale giapponese, dove mi sono appassionata subito a quella tipologia di cucina. Ripromettendomi, fin da allora, che se avessi aperto un’attività in proprio sarebbe stata quella. Quindi ho puntato tutto sul Miyama ed eccomi qua”.
Da qualche mese l’ha completamente rinnovato.
“Sì, l’abbiamo ridisegnato e modernizzato in ogni aspetto: nella struttura, negli arredi e nei dettagli decorativi, ma anche nel menù e negli impiattamenti. Con un occhio particolare anche ai locali cucina, che io considero il vero e proprio cuore pulsante del ristorante: sono stati ingranditi e migliorati per renderli più spaziosi e funzionali, in modo da lavorare meglio e potenziare e perfezionare, di conseguenza, anche il servizio. Dando così inizio alla sua nuova era”.

Come è cambiato il menù?
“Abbiamo introdotto molti piatti più elaborati e ricercati, una direzione che continuiamo a seguire giorno dopo giorno con idee e sperimentazioni di qualità”.
Quali sono i più apprezzati dai clienti?
“Posso citarne diversi, a cominciare dall’Ebi renkon hasami age, unaradice di loto ripiena di gambero fritto, shiso e alga nori, e dai Gyuniku gyoza con tartufo, ravioli di manzo con wagyu al vapore e scaglie di tartufo nero. Ma anche l’Otoro negi goma sauce, un carpaccio di ventresca di tonno rosso, salsa di sesamo nero e gelee di erba cipollina, e il Lobster maki, tempura di gamberi, topping di astice e avocado. Aggiungo il Koaku maki, un gambero impanato con avocado, topping di capasanta e gambero crudo, gli Udon Niku miso, noodles con ragù di wagyu e manzo al miso, il Tataki di salmone al fumo, con salsa miso e salsa all’arancia, e infine i Tempura nera ikasumi, calamari al nero di seppia con salsa furikake spicy e aioli”.
Ha introdotto anche una carta dei tè che accompagna ogni portata.
“Sì, perché i clienti ce la richiedevano. E quindi, prima di introdurla, abbiamo seguito tutti, staff compreso, un corso apposito per poter offrire una proposta del tutto adeguata nell’abbinamento con i nostri piatti. Consiste in cinque tipologie di tè e tre di infusi e tisane, e sta riscuotendo davvero molto interesse”.
In più è molto attenta all’accoglienza e all’ospitalità.
“Sì, perché non è soltanto una caratteristica giapponese, ma anche proprio orientale, che quindi mi appartiene molto. Per questo mi piace far sentire la mia presenza in sala accogliendo personalmente i clienti, aiutandoli a scegliere i piatti secondo i loro gusti, girando tra i tavoli per assicurarmi che sia sempre tutto a posto”.
Ha cambiato anche le divise del personale, perché?
“Le abbiamo scelte addirittura insieme all’architetto che si è occupato della ristrutturazione, per far sì che sia tutto completamente in armonia. Mi piace che ogni cosa segua un criterio di ordine e di equilibrio, all’insegna dell’eleganza e dello stile. E, infatti, le divise sono uguali per tutto il personale, sia maschile che femminile. Mentre io mi sento curata e perfettamente a mio agio presentandomi in sala in camicetta bianca e pantaloni neri, elegante e sobria al tempo stesso”.
Avete in progetto nuove aperture?
“Per il momento no, preferiamo concentrarci su questo ristorante facendo del nostro meglio per farlo crescere incessantemente, passo dopo passo. Anche perché, essendo mamma di tre figlie – Nicol di 17 anni, Sofia di 15 e Ginevra di 10 –, voglio anche avere un po’ di tempo da dedicare a loro. Poi, quando diventeranno più grandi, si vedrà”.


