Alla guida de La Palma, la neo managing director riflette sull’evoluzione del luxury hospitality, sul ruolo strategico del food & beverage e sul valore di un’accoglienza profondamente radicata nel territorio.
Dal commerciale alla guida di uno degli hotel più prestigiosi del panorama internazionale. Da gennaio Giusy Guarracino è Managing Director dell’Hotel La Palma, primo albergo di Capri, costruito nel 1822, e oggi parte del gruppo Oetker Collection. In questa intervista racconta il suo percorso professionale, il legame con le sue radici capresi e la sua visione dell’ospitalità di lusso, tra eccellenza, ristorazione d’autore e nuove tendenze del settore.
Giusy, lei da gennaio è managing director di uno dei gruppi più importanti nel mondo degli hotel di lusso. Qual è il percorso che l’ha portata a questo?
“Il mio percorso è il risultato di una crescita progressiva all’interno del mondo dell’ospitalità di lusso, costruita con impegno, passione e una forte attenzione alle persone. Ho iniziato nell’area commerciale, dove ho avuto modo di comprendere a fondo le dinamiche del mercato internazionale e il valore della relazione con il cliente. Nel tempo, grazie anche alla fiducia delle realtà con cui ho collaborato, ho assunto ruoli sempre più strategici, ampliando la mia visione dall’ambito sales a una prospettiva più ampia, operativa e gestionale. Questo mi ha permesso di sviluppare una leadership orientata non solo ai risultati, ma anche alla valorizzazione dei team e alla creazione di esperienze autentiche per gli ospiti. L’approdo al ruolo di Managing Director rappresenta per me una naturale evoluzione di questo percorso: non un punto di arrivo, ma una nuova fase in cui mettere a frutto quanto costruito”.

Ed esattamente che percorso ha fatto all’interno dell’Hotel La Palma?
“All’Hotel La Palma ho iniziato il mio percorso come Executive Head of Sales, Reservations & Revenue, un ruolo che mi ha permesso di avere una visione completa e trasversale delle dinamiche commerciali e distributive della struttura. Successivamente ho assunto il ruolo di Director of Sales, consolidando il posizionamento dell’hotel nei mercati di riferimento e contribuendo attivamente alla sua evoluzione, in particolare durante una fase cruciale di rilancio. Questo percorso mi ha permesso di sviluppare una conoscenza profonda e concreta della struttura, accompagnandone da vicino le diverse fasi di evoluzione. Assumere oggi il ruolo di Managing Director significa per me dare continuità a questo lavoro, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente il posizionamento dell’hotel e valorizzarne appieno il potenziale”.
Era questo ciò che sognava?
“Più che un sogno preciso, ho sempre avuto un forte desiderio di crescere e di mettermi alla prova. Lavorare nell’hospitality di lusso e arrivare a guidare una struttura come La Palma è sicuramente un traguardo importante, ma lo vedo soprattutto come una responsabilità e un punto di partenza per continuare a fare sempre meglio”.
Esattamente da bambina, cosa voleva fare da grande?
“Da bambina sognavo semplicemente un lavoro che mi permettesse di stare a contatto con le persone e di scoprire il mondo. Ero attratta da tutto ciò che aveva a che fare con i viaggi, le lingue e le culture diverse. In fondo, senza saperlo, stavo già immaginando il mio futuro nel mondo dell’ospitalità”.
Le sue origini capresi, nel corso della sua vita e della sua carriera professionale, sono state un punto di forza?
“Assolutamente sì. Capri è una scuola straordinaria di ospitalità: si cresce a contatto con una clientela internazionale molto esigente, sviluppando naturalmente attenzione al dettaglio, sensibilità e un forte senso dell’accoglienza. Le mie origini mi hanno dato autenticità, ma anche una profonda comprensione di cosa significhi rappresentare una destinazione iconica come questa. Vivere e lavorare a Capri significa essere ambasciatori del territorio ogni giorno, riuscendo a trasmetterne l’essenza, la bellezza e lo stile in modo sincero e credibile”.

Il mondo dell’accoglienza nell’ultimo ventennio sta vivendo una nuova era, con grande attenzione anche alla ristorazione all’interno degli hotel. Cosa ne pensa?
“Credo che oggi l’ospitalità sia diventata un’esperienza completa, a 360 gradi, in cui ogni dettaglio contribuisce a definire il ricordo del soggiorno. In questo contesto, la ristorazione ha assunto un ruolo sempre più centrale, trasformandosi da semplice servizio accessorio a vero e proprio elemento identitario dell’hotel. Il mondo F&B rappresenta uno dei principali strumenti attraverso cui si racconta una destinazione: attraverso i sapori, i prodotti locali e la creatività degli chef si riesce a trasmettere cultura, tradizione e contemporaneità. Gli ospiti di oggi sono sempre più attenti, informati ed esigenti; non cercano soltanto qualità, ma esperienze autentiche, riconoscibili e coerenti con il luogo in cui si trovano”.
Come vede la firma di chef stellati sulla ristorazione degli hotel di lusso? Quanto influenza la scelta dei clienti?
“La presenza di chef stellati rappresenta senza dubbio un grande valore aggiunto: garantisce standard elevatissimi e contribuisce a rafforzare il posizionamento dell’hotel. Molti ospiti scelgono una struttura anche in funzione dell’offerta gastronomica. Tuttavia, ritengo che sia fondamentale mantenere coerenza con il territorio e con l’identità dell’hotel, perché è proprio questo che rende l’esperienza davvero memorabile”.
Come vede la presenza di brand di alta moda nella ristorazione e nel design degli hotel di lusso?
“È una tendenza sempre più diffusa e interessante, perché crea contaminazioni tra mondi affini, come lusso, design e lifestyle. Quando un brand di alta moda entra nel mondo dell’hôtellerie, porta con sé un immaginario preciso, fatto di stile, dettaglio e identità. Questo può tradursi in concept innovativi nella ristorazione, nel design degli ambienti o nella creazione di esperienze immersive che vanno oltre il semplice soggiorno. Allo stesso tempo, credo sia fondamentale che queste collaborazioni siano autentiche e coerenti con la visione dell’hotel e con il contesto in cui si inseriscono. In questo modo, la contaminazione diventa un elemento di arricchimento e non una semplice operazione di immagine”.


