“Food&Fashion? Un connubio che nasce ufficialmente nel 1937, quando Elsa Schiaparelli realizzò con Salvador Dalì il celebre abito dipinto con un’aragosta. Il mio slogan? “La moda regala bellezza, la moda non deve mai creare sofferenza”.
Se volessi stabilire una data in cui cibo e moda si sono ufficialmente incontrati sceglierei il 1937, anno in cui Elsa Schiaparelli realizzò con Salvador Dalì il celebre abito dipinto con un’aragosta. Da allora Food & Fashion si sono incrociati sempre più intimamente, dando luogo a connubi inconsueti e fortemente seduttivi. Ma in due mondi in cui l’estetica gioca un ruolo predominante il rapporto non sempre è positivo. Come nel caso del cosiddetto “body shaming”.
“Siamo partiti per primi due anni fa con un convegno nazionale su Etica ed Estetica nella Moda. Con tanti esperti, tra cui ricordo la carissima Maria Rita Parsi. L’effetto dilaniante di questa pratica shaming diffusa nell’anonimato della rete, la ricerca ossessiva di un altro corpo da parte delle giovani vittime ha conseguenze spesso irreversibili e talvolta letali”.
Maria d’Elia, vulcanica presidente (pardon, amministratore unico) della Fondazione Mondragone-Museo della Moda Napoli, ha un suo slogan che più o meno recita così: la moda regala bellezza, la moda non deve mai creare sofferenza.
“Il nostro museo è un luogo vivo, un laboratorio di idee dove poter creare modelli nuovi, etici e sostenibili. Ospitiamo volentieri mostre di giovani e talentuosi stilisti, promuoviamo con fondi comunitari corsi di formazione per il recupero di antichi mestieri legati alla grande tradizione sartoriale campana. Non dimentichiamo che la Campania, con circa 32mila aziende, è la seconda regione italiana per numero di imprese attive nella moda. Quest’anno ha avuto molto successo il nostro corso di ricamo e quello di restauro di abiti e tessuti preziosi. Le nostre memorie garantiscono il nostro futuro”.

Anche qui un legame con le tematiche food sulle tecnologie green e sul riciclo degli scarti alimentari…
“Sì e non mi stupisce, perché le nuove generazioni di creativi, chef e operatori della moda allo stesso modo, sono molto più attente di noi alla tutela dell’ecosistema. E’ tempo di parlare di Slow Fashion, oltre che di Slow Food”.
Il grande complesso di piazzetta Mondragone, fondato dalla nobildonna Elena Aldobrandini nel 1655, accoglie oggi abiti preziosi e mostre tematiche come l’attuale retrospettiva dedicata allo stilista napoletano Fausto Sarli e la rassegna di artisti internazionali “Tessere e connettere” curata da Cynthia Penna.
E’ passato un secolo dall’iconico gonnellino di banane di Josephine Baker. Oggi i giovani stilisti partenopei come si confrontano con il food?
“Alcuni direttamente, nei dettagli degli abiti. Moltissimi altri nei tessuti. Del resto basta guardare le sete di Hermès, così affollate di frutta e fiori, per capire quanta ispirazione ci sia nei colori e nei sapori della tavola e quanto piacere visivo possano dare queste forme. Già dieci anni fa Dolce e Gabbana hanno stampato degli spaghetti sui loro abiti rétro”.
I grandi creativi della moda si sono avvicinati al mondo del food soprattutto per trasformare il loro brand in una espressione di stile “totale”. Secondo lei, chi ci è riuscito meglio?
“Sicuramente Giorgio Armani. Dal suo primo Emporio a Parigi ai 26 ristoranti di oggi nel mondo, ha saputo regalarci un segno di eleganza veramente unico. Basta entrare in uno dei suoi locali per capire che lui è lì, con la sua filosofia e la sua visione della vita. Inarrivabile”.


