Intervista a Daniela Sibilio sul percorso dell’Ecomuseo dei Picentini, oggi riferimento per la valorizzazione partecipata del patrimonio culturale
Negli ultimi anni gli Ecomusei hanno assunto un ruolo sempre più centrale nelle strategie di sviluppo locale, superando il concetto tradizionale di museo per diventare luoghi di partecipazione, ricerca e costruzione di comunità. In questo scenario, l’Ecomuseo dei Picentini – Le Terre della Felicità, riconosciuto dalla Regione Campania nel dicembre 2024, rappresenta un modello innovativo nel Mezzogiorno: un progetto nato dalla collaborazione tra dieci Comuni, istituzioni, associazioni, università e cittadini, con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio materiale e immateriale del territorio. Mappe di Comunità, Percorsi Urbani, ricerca, digitalizzazione, turismo lento e collaborazioni scientifiche sono gli strumenti attraverso cui l’Ecomuseo sta costruendo una nuova idea di governance territoriale fondata sulla partecipazione. A guidare questo percorso è la Dott.ssa Daniela Sibilio, archeologa ed ex funzionario del Comune di Pontecagnano Faiano, presidente dell’Ecomuseo dei Picentini, che ha trasformato il dialogo tra istituzioni, ricerca e comunità in un elemento distintivo del progetto. In questa intervista racconta la nascita dell’Ecomuseo, le sfide affrontate e la visione futura di un territorio che punta sulla propria identità come motore di crescita culturale e sociale.

L’Ecomuseo dei Picentini è oggi una realtà riconosciuta dalla Regione Campania. Come nasce questo progetto?
“L’idea nasce dalla consapevolezza di una forte identità culturale comune del territorio picentino. Abbiamo iniziato a lavorare in questa direzione già nel 2000, con il Sistema Turistico Locale dei Picentini, creando relazioni tra amministrazioni, associazioni e operatori. Nel 2018, con la nascita dell’Aps Paesaggi Narranti e la collaborazione con Legambiente, abbiamo definito l’obiettivo di realizzare l’Ecomuseo. Da allora abbiamo costruito una rete con istituzioni, associazioni, Pro Loco e i dieci Comuni dei Picentini, realizzando numerose attività sul territorio. Quando la Regione Campania ha emanato la legge sugli ecomusei, avevamo già un percorso coerente con le linee guida e siamo stati riconosciuti tra i primi quattro Ecomusei regionali. La vera sfida è culturale: l’Ecomuseo supera il modello tradizionale di gestione “dall’alto” e mette al centro la comunità, chiamata a essere protagonista e responsabile del proprio patrimonio”.

Come si sostiene un progetto così complesso e quale futuro immaginate oltre i finanziamenti pubblici?
“Il punto fondamentale è comprendere che lo sviluppo di un territorio passa dal fare sistema. La rete crea nuove possibilità culturali ed economiche e alimenta una microeconomia territoriale. I finanziamenti pubblici devono sostenere questa logica, privilegiando progetti strutturati e reti territoriali capaci di produrre crescita reale, non interventi isolati”.
In un territorio formato da più Comuni, come avete costruito una rete partecipata?
“Tutti i soggetti coinvolti devono sentirsi parte del progetto Ecomuseo. Il cambiamento consiste nel mettere a disposizione della comunità conoscenze, competenze e progettualità che prima erano frammentate. Nessuno deve sostituirsi agli altri, ma tutti possono contribuire alla crescita collettiva. Solo costruendo una comunità consapevole e coesa possiamo parlare anche di turismo”.
Quanto è importante coinvolgere i cittadini nella valorizzazione del patrimonio?
“È fondamentale. La filosofia degli Ecomusei si basa sulla “Comunità di eredità”: persone che riconoscono insieme ciò che ha valore e che deve essere trasmesso alle future generazioni. Attraverso i Tavoli Intercomunali e le Mappe di Comunità stiamo costruendo un inventario partecipato del patrimonio locale. Le Mappe rafforzano il senso di appartenenza, preservano la memoria dei luoghi e rendono i cittadini protagonisti della tutela e valorizzazione del territorio”.
L’Ecomuseo ha sviluppato numerosi progetti e collaborazioni scientifiche. Da dove nasce questa capacità progettuale?
“Nasce dalla necessità di creare collaborazioni e reti territoriali. La nostra metodologia ha attirato l’interesse di diversi enti, in particolare dell’Università degli Studi di Salerno, con cui sono in corso importanti attività di ricerca. Il nostro obiettivo è restituire alla comunità il risultato di questo lavoro e trasformarlo in nuove opportunità di conoscenza e sviluppo”.
Il vostro modello è diventato oggetto di interesse anche in ambito accademico. Che valore ha questo riconoscimento?
“È motivo di grande orgoglio, ma soprattutto conferma che lo sviluppo di un territorio deve partire dalla conoscenza approfondita delle sue caratteristiche. Solo attraverso ricerca e analisi è possibile evitare letture superficiali e costruire strategie realmente efficaci. Ci auguriamo di continuare e rafforzare queste collaborazioni scientifiche”.
L’Ecomuseo offre spazio a giovani professionisti e nuove competenze. È una scelta precisa?
“Il mio obiettivo è vedere crescere una nuova generazione appassionata e competente. I nostri collaboratori sono giovani professionisti che condividono la visione dell’Ecomuseo e contribuiscono con idee e competenze alla sua crescita. Sono soprattutto tanti giovani e tante donne a portare creatività, entusiasmo e capacità di costruire relazioni. Vorremmo creare opportunità affinché le nostre migliori energie possano restare e crescere sul territorio”.
Da donna e presidente, pensa che esista un modo diverso di esercitare la leadership nei processi culturali?
“Sono convinta che le donne abbiano una marcia in più. Spesso dietro una nuova idea, un’intuizione o un progetto di valore c’è il lavoro di una donna. Con il progetto “EcomuseA – Quando la Mappa di Comunità è Donna” vogliamo raccontare proprio questo contributo femminile, spesso poco riconosciuto anche nella memoria dei territori. Ancora oggi esercitare una leadership femminile non è semplice, soprattutto in ambiti amministrativi e associativi, ma siamo abituate a resistere e andare avanti”.


Come immagina l’Ecomuseo dei Picentini tra dieci anni?
“Vorrei ricordare che il mio impegno nell’Ecomuseo è completamente volontario. Il risultato più bello sarebbe lasciare questo progetto in buone mani, possibilmente femminili, continuando comunque a dare il mio contributo finché sarà possibile.Vorrei che non si parlasse più soltanto delle potenzialità dei Picentini, ma di un reale sviluppo culturale, sociale ed economico. Il territorio ha tutte le risorse affinché i giovani possano costruire qui il proprio futuro senza dover partire”.
L’esperienza dell’Ecomuseo dei Picentini dimostra come la valorizzazione del patrimonio non possa limitarsi alla tutela dei luoghi, ma debba tradursi nella costruzione di comunità consapevoli, capaci di generare conoscenza, relazioni e nuove opportunità. Dalle parole di Daniela Sibilio emerge un modello che mette al centro partecipazione, ricerca scientifica e cooperazione tra istituzioni, università e cittadini. Un percorso che ha trasformato un insieme di Comuni in una visione territoriale condivisa, valorizzando il patrimonio culturale come leva di sviluppo. Questa esperienza invita anche a una riflessione sul linguaggio con cui raccontiamo le aree interne. La parola “resilienza”, se utilizzata per descrivere territori segnati da decenni di spopolamento, carenza di servizi e marginalità, rischia di produrre un effetto controproducente: normalizzare condizioni di declino e considerare virtuosa la semplice capacità di adattarsi. L’Ecomuseo dei Picentini propone invece una prospettiva diversa. Non quella della resilienza come risposta permanente, ma quella della rigenerazione territoriale, fondata su partecipazione, investimenti, innovazione e reti di collaborazione. Perché il futuro delle aree interne non può essere quello di continuare a resistere, ma di tornare a crescere, mettendo al centro le persone, le comunità e il loro straordinario patrimonio culturale.



