Eleonora Lastrucci: “La moda ha un linguaggio universale e potente. L’abbinamento con il cibo, se fatto con coscienza e intelligenza, è straordinario”
La creatività non è altro che un accessorio prezioso da sfoggiare con classe. C’è chi pensa di poterlo acquistare con il denaro, chi col tempo e chi, invece, vi nasce con questo dono. Dopo averla intervistata, credo che Eleonora Lastrucci appartenga decisamente a quest’ultima categoria.
Eleonora Lastrucci è una stilista italiana di haute couture originaria di Prato, cresciuta nel settore tessile toscano e formatasi tra Firenze e importanti realtà della moda, nel corso della sua carriera ha collaborato con nomi come Enrico Coveri e Roberto Cavalli.
Le sue creazioni hanno trovato spazio in contesti internazionali e nel mondo dello spettacolo, tra red carpet e produzioni artistiche, distinguendosi per l’uso di tessuti pregiati e una forte identità estetica.
Una fashion designer che vive di passione, crede nei valori umani e valorizza le donne. Ed è così che nascono le sue colombe fashion, impreziosite da un pezzo cult di un’eleganza intramontabile come il foulard, per supportare una causa benefica che unisce umanità, estetica e food.

Eleonora, se dovesse raccontarsi a chi la incontra per la prima volta, come sceglierebbe di definirsi?
Vorrei essere definita una fashion designer appassionata, dedita alle donne, soprattutto alla loro anima, perché tutto parte da lì.
Da dove nasce l’idea di “vestire” una colomba con un foulard per la Fondazione ANT?
L’idea è nata insieme alla Fondazione ANT, con cui collaboro da diversi anni per i loro eventi di charity. Il progetto di abbellire una colomba e un uovo pasquale ci ha motivate, soprattutto con l’obiettivo di portare leggerezza all’associazione, ai pazienti e ai loro familiari.
Questo progetto benefico ha messo in dialogo due universi come moda e gastronomia, che sono anche il cuore del nostro editoriale. Secondo lei, cosa accomuna oggi questi due linguaggi?
La moda ha un linguaggio universale e potente. L’abbinamento con il cibo, se fatto con coscienza e intelligenza, è straordinario: il fashion si sposa sempre di più con tutto ciò che è anche indispensabile per la nostra sopravvivenza.
C’è un elemento quasi rituale nel gesto di scartare una colomba “vestita”. Quanto è importante, nel suo lavoro, costruire un’esperienza che vada oltre il prodotto?
Abbiamo ricevuto molti apprezzamenti dai consumatori per il prodotto confezionato con i foulard. L’idea di aprire un prodotto dolciario in questo modo ci ha conquistati per la sua originalità e ci ha anche divertiti durante il backstage nello studio del fotografo Gabriele Bellini, insieme al pasticcere e alla modella, tra un morso di colomba e uno scatto. Nell’ultima campagna, con Martina Pinzani, la modella era semi nuda e vestita solo di foulard.
Nelle campagne precedenti abbiamo avuto testimonial d’eccezione, con cui volevamo comunicare anche un importante messaggio di prevenzione: Federica Cappelletti, vedova del campione del mondo Paolo Rossi, e l’attrice Ester Pantano.

La colomba è un simbolo profondamente radicato nei festeggiamenti della Pasqua. Quali sono i suoi ricordi legati a questa festività? Ci sono profumi o immagini che per lei la rappresentano?
La colomba rappresenta pienamente la Pasqua di Resurrezione nella fede cristiana. La morte di Gesù è l’atto d’amore più radicale, in cui si compie la riconciliazione tra Dio e un mondo segnato dal peccato, mentre la Resurrezione è l’evento più sublime dell’opera divina.
Per me è una ricorrenza importante, essendo cristiana cattolica. In questo periodo, con l’arrivo della primavera, siamo più propensi a pensare alla positività e all’unione. La colomba è un segno di gioia e prosperità, e anche il messaggio della moda deve sposare questo concetto così profondo.
Nel suo lavoro torna spesso il tema dell’eleganza. Che cosa significa oggi essere eleganti, soprattutto per una donna? E c’è una figura femminile, imprenditrice o creativa, che per lei incarna questa qualità?
L’eleganza è uno stile di vita, ed è anche sinonimo di educazione. Se rispettiamo il dress code che spesso ci viene richiesto, siamo coerenti con noi stessi e valorizziamo l’invito che ci viene fatto.
Una figura iconica, apprezzabile per la sua classe, è stata la Principessa Diana del Galles, per la sua coraggiosa indipendenza e la capacità di comunicare anche attraverso la moda.
Le sue creazioni hanno sempre una forte identità visiva. Come nasce il processo creativo? C’è un punto di partenza preciso o è un percorso più intuitivo?
L’inizio della realizzazione di un abito haute couture avviene sempre con la scelta del tessuto: deve emozionarmi. Da lì si passa al disegno, al cartamodello, al taglio del capo e infine alla prova sulla modella. È un percorso che parte dalla materia ma arriva subito all’anima.
Viviamo in un’epoca dominata dall’immagine, soprattutto sui social. Nel suo lavoro quanto conta l’estetica e quanto invece la narrazione che la sostiene?
Sono entrambe fondamentali. L’estetica racconta la bellezza, mentre la narrazione rappresenta la qualità del prodotto.
Da donna e imprenditrice, cosa vuol dire oggi costruire un progetto che tenga insieme visione creativa e sostenibilità economica? E qual è stata, in questo percorso, la sfida più significativa?
Non bisogna dimenticare l’economia circolare: va applicata con generosità, salvaguardando etica e ambiente, per sviluppare una corretta coscienza ecologica.
Siamo tutti consapevoli dell’alto tasso di inquinamento causato dall’industria tessile, con enormi emissioni di CO₂ e sostanze chimiche nocive. I grandi colossi della moda vendono prodotti a basso costo, spesso di qualità scadente, con produzioni elevate che portano a grandi quantità di invenduto, poi distrutto, aumentando ulteriormente l’inquinamento.
È quindi fondamentale puntare sulla qualità di tessuti e accessori, ma anche sul riutilizzo in forme innovative, come le arti del riciclo: ciò che è “buono” può avere molte vite. Così facendo, facciamo bene al pianeta e a noi stessi.
Guardando al suo percorso, c’è qualcosa che oggi farebbe in modo diverso? Una scelta, un progetto o una creazione che le ha insegnato qualcosa di importante?
Sono convinta che ogni percorso sia utile alla crescita professionale. Abbiamo sempre tanto da imparare, io per prima. Collaborare con associazioni umanitarie mi ha regalato l’entusiasmo di voler fare sempre meglio.
Uno dei progetti che mi è rimasto nel cuore è stato vestire dodici donne oncologiche affette da tumore al seno, per la realizzazione di un calendario in collaborazione con la LILT. È stato un lavoro bellissimo, fatto di complicità, che ha portato felicità e rinascita.
C’è stato invece un momento o una decisione che ha segnato in modo decisivo la sua evoluzione personale e professionale?
Le decisioni non sono mai facili, ma la scelta di proseguire il mio percorso in modo indipendente, costruendo un mio marchio, ha segnato profondamente il mio carattere. Ed è una scelta di cui vado fiera.
E oggi, qual è il sogno che guarda ancora avanti? C’è qualcosa che desidera esplorare, magari anche in relazione al mondo del food?
Ci sono sempre traguardi da raggiungere e sogni da realizzare. Lasciamo che la vita faccia il suo percorso.
di Simona Fiengo


