Negli anni Sessanta e Settanta, quando l’editoria italiana era un salotto esclusivamente maschile, una giovane donna di origini umili varcò quella soglia con passo leggero e sguardo fermo. E non ne uscì più — se non per prendere l’aereo per Parigi.
LA CORRETTRICE DI BOZZE
Milano, autunno 1962. L’aria porta già il freddo secco che scende dalle Alpi e si incunea tra i palazzi liberty del centro. In via Borgogna, a pochi passi da una delle Cattedrali più belle e imponenti al Mondo, al primo piano di un palazzo dall’intonaco color panna, le macchine da scrivere battono in sincrono come un’orchestra scordata. È qui che Alessandra, ventun anni, diploma di maturità conseguito con il massimo dei voti, una borsa di pelle nera che le ha regalato sua madre cucendola con le proprie mani, prende servizio per la prima volta come correttrice di bozze presso una delle case editrici più importanti d’Italia.
Nessuno, in quella mattina di ottobre, avrebbe scommesso un centesimo su di lei. Era snella, con occhi azzurri, lineamenti dolci e con i capelli biondi raccolti in uno chignon ordinato, un gesto di eleganza quasi istintiva, non di civetteria, e portava un tailleur grigio perla che aveva adattato da uno dei tessuti che sua nonna teneva nel cassetto da decenni. Eppure bastò una settimana perché i colleghi capissero: quella ragazza non leggeva semplicemente le bozze. Le abitava. Cogliendo l’errore prima ancora che l’occhio vi si posasse.
Alessandra era nata a Milano, in un quartiere operaio dove i libri erano un lusso raro e prezioso. Figlia di un meccanico e di una sarta, aveva imparato a leggere voracemente, con la stessa determinazione silenziosa con cui sua madre rifiniva un orlo. La biblioteca comunale era il suo salotto; Moravia, Pavese e Natalia Ginzburg, i suoi compagni di viaggio. Aveva scelto il liceo classico contro il parere di mezzo vicinato — “per le femmine bastava il tecnico, no?” — e lo aveva terminato con una media che avrebbe potuto aprirle le porte dell’università. Ma la famiglia aveva bisogno, e il lavoro non poteva aspettare.
«Non mi sono mai sentita fuori posto. Forse perché non ho mai smesso di prepararmi, anche quando nessuno guardava.»
IL MONDO DELL’EDITORIA: UN SALOTTO DI SOLI UOMINI
L’Italia del primo dopoguerra aveva ricostruito la propria identità culturale attraverso la stampa periodica. Settimanali femminili, rotocalchi di moda, riviste di cucina: erano queste le finestre attraverso cui milioni di donne italiane si affacciavano su un mondo che stava cambiando a velocità vertiginosa. Eppure, paradossalmente, le riviste pensate per le donne erano quasi interamente prodotte da uomini. Direttori, caposervizi, responsabili editoriali: il potere redazionale aveva un genere, e quel genere era maschile.
Non era malevolenza, nella maggior parte dei casi. Era semplicemente la struttura del mondo. Gli uffici della casa editrice dove Alessandra aveva iniziato a lavorare assomigliavano ai club inglesi di cui aveva letto nei romanzi: eleganti, ritualizzati, silenziosi nelle loro gerarchie non scritte. Le donne vi lavoravano e non erano poche ma lo facevano nei ruoli di supporto, nell’ombra luminosa dell’operatività quotidiana. Scrivere, correggere, impaginare: sì. Decidere, dirigere, orientare: quello era territorio d’altri.
Alessandra lo capì immediatamente, e decise che quella mappa non la riguardava. Non per ribellione, il suo carattere era troppo sobrio per i gesti teatrali, ma per una convinzione silenziosa e radicata: il lavoro ben eseguito parla da solo, e alla lunga nessuno può ignorarlo.
LA SCALATA: ELEGANZA COME STRATEGIA
Negli anni successivi Alessandra non scalò la gerarchia editoriale: la attraversò, con la pazienza di chi conosce la differenza tra la fretta e la velocità. Da correttrice di bozze passò a caposervizio del settore cucina e femminili — una promozione che molti colleghi commentarono con un sorriso di sufficienza, come se il cibo fosse una questione di secondo piano. Non avevano capito, o forse non volevano capire, che stava per esplodere una rivoluzione silenziosa.
Erano gli anni in cui la cucina italiana conquistava una nuova dignità culturale, e i femminili facevano sognare le casalinghe e non solo loro. Non più soltanto ricette della nonna, ma identità, territorio, memoria collettiva: le riviste portavano freschezza e speranza nelle case delle italiane. Alessandra lo intuì prima degli altri. Trasformò la rubrica di gastronomia in un racconto del paese reale, in cui i sapori delle diverse regioni diventavano specchi di storie umane.
Alle rubriche di consigli pratici, care ai femminili, affiancò storie di vita vera. Le tirature della rivista crebbero. Il direttore la convocò nel suo ufficio, un uomo di mezza età, benevolo ma prudente e le propose di occuparsi anche del settore moda.
Fu allora che Alessandra comprese di trovarsi a un bivio. Non un bivio drammatico, senza fanfare: semplicemente la scelta tra restare nell’ombra confortevole della competenza tecnica o accettare la visibilità di un ruolo creativo. Scelse la seconda strada. E lo fece, come sempre, con un tailleur color avorio e uno chignon impeccabile.
«La moda, in quegli anni, era potere. E la cucina stava diventando cultura. Capire entrambe significava capire il paese.»
Il suo senso estetico era naturale, affinato da anni di letture e osservazione. Amava i tagli semplici, i colori tenui — il grigio perla, il cammello, il cipria — che non urlavano ma rimanevano impressi. Non seguiva la moda: la interpretava, filtrandola attraverso il suo gusto personale. Come Grace Kelly che portava uno chignon in una stanza piena di capelli sciolti, Alessandra aveva capito che l’eleganza è una forma di presenza, non di esibizione.

PARIGI: IL LUNEDÌ MATTINA SULL’AEREO
Quando la casa editrice aprì una sede a Parigi — una scelta ambiziosa, quasi temeraria per l’epoca — fu Alessandra a proporre il modello editoriale per il mercato francese. Non fu una decisione improvvisa: da anni seguiva con attenzione le riviste d’Oltralpe, da “Elle” a “Marie Claire”, capendo come il pubblico femminile francese avesse un rapporto con la stampa diverso da quello italiano: più cerebrale, più ironico, meno sentimentale.
Il suo nome iniziò ad apparire in “masthead” sempre più importanti.
Caposervizi, vicedirettrice, poi — nel 1971, anno in cui le donne in Italia avevano da poco conquistato il diritto al divorzio — Direttrice Responsabile. La prima donna a ricoprire quel ruolo in una casa editrice di quella dimensione: quasi duemila dipendenti, decine di testate in due paesi, uffici tra Milano e Parigi.
La settimana di Alessandra aveva un ritmo che lei stessa definiva “on air”: lunedì e martedì a Parigi, per coordinare le redazioni francesi e incontrare gli inserzionisti, dove il suo francese impeccabile ma con una lieve inflessione lombarda era diventato quasi un marchio di fabbrica. Mercoledì mattina l’aereo per Milano, aveva sempre lo stesso posto, il sedile vicino al corridoio e leggeva e scriveva per tutta la durata del volo. Giovedì, venerdì e il sabato nella redazione
di Milano. A Parigi vestiva con qualcosa di più strutturato: amava le maison della rive gauche, non per ostentazione ma per comprensione professionale.
Capire la moda significava anche abitarla, sentirne il peso e la leggerezza sulle proprie spalle. Ma lo chignon restava…sempre. Era la sua firma, la sua continuità tra i due mondi.
MADRE, MOGLIE, MANAGER: IL TRILEMMA IMPOSSIBILE
Alessandra aveva sposato Alberto, impiegato, uomo mite e curioso, lettore accanito, nel 1965, in una cerimonia sobria in una chiesa milanese di quartiere.
Avevano due figli: Lorenzo, nato nel ’67, e Marta, nel ’69. Due bambini cresciuti in una casa dove la madre arrivava a volte a tarda sera con le bozze sottobraccio, dove il telefono squillava spesso la domenica mattina, dove i giornali erano impilati ovunque come architetture precarie.
Come conciliava tutto questo? Era la domanda che le facevano sempre, invariabilmente, le giornaliste che la intervistavano, una domanda che nessuno avrebbe mai posto a un uomo nella sua posizione. Alessandra rispondeva con la stessa cortesia con cui avrebbe corretto un refuso: con precisione e senza acrimonia. Diceva che il segreto era la pianificazione, il rispetto degli orari, la capacità di essere completamente presente in ogni contesto — che fosse una
Riunione di redazione o un pomeriggio di disegni con i bambini.
«Non ho mai creduto che si dovesse scegliere tra l’essere madre e l’essere professionista. Ho creduto, però, che entrambe le cose richiedessero lo stesso rispetto — e la stessa concentrazione.»
Alberto era, in questo, un compagno raro per l’epoca: convinto che i ruoli in famiglia dovessero essere condivisi, aveva preso lui stesso diverse volte il congedo non retribuito per stare con i bambini durante i periodi più intensi del lavoro di Alessandra. Era una scelta che nel loro condominio aveva suscitato “sguardi obliqui” e commenti sottovoce, ma né lui né lei avevano mai mostrato di accorgersene.
Lorenzo e Marta avrebbero ricordato, da adulti, una madre sempre presente anche quando non era fisicamente lì: le lettere scritte a mano che lasciava sul cuscino prima di partire per Parigi, la telefonata serale alle diciannove in punto, il modo in cui si sedeva con loro la domenica mattina e chiedeva loro di raccontarle la settimana come se fosse la storia più importante del mondo. Perché per lei lo era.
IL POTERE DISCRETO
Come Direttrice Editoriale, Alessandra aveva sotto di sé un universo editoriale di straordinaria varietà: riviste femminili, testate di alta moda, periodici di gastronomia, magazine per la famiglia. In un’epoca in cui la comunicazione pubblicitaria stava ridefinendo i confini tra contenuto e promozione, lei aveva una posizione netta: l’editoriale non si vende, si costruisce. Gli inserzionisti erano benvenuti, ma non entravano in redazione.
Era una posizione coraggiosa, e non priva di frizioni. Più di una volta si trovò a difendere la linea editoriale di fronte a pressioni commerciali che venivano dall’alto. Lo faceva con lo stesso stile che aveva sempre caratterizzato il suo approccio al lavoro: dati alla mano, tono fermo, nessuna concessione alla teatralità. Spiegava, argomentava, convinceva. E quando non convinceva, resisteva.
Non fu amata da tutti, ovviamente. Il potere, soprattutto quando lo esercita chi non ci si aspetta lo eserciti, genera resistenze e invidie. C’era chi la definiva “fredda”, chi “difficile”. Lei aveva imparato a leggere queste critiche come cartine di tornasole: spesso erano il segnale che stava facendo esattamente la cosa giusta.
Eppure la sua leadership non era distante. Conosceva il nome di ogni redattore, si ricordava delle situazioni personali di chi lavorava con lei, si fermava a parlare con i più giovani con una curiosità genuina che non aveva nulla di paternalistico. Le sue colleghe ricordano ancora oggi il modo in cui Alessandra entrava in redazione al mattino: senza rumore, ma con una presenza che cambiava l’aria della stanza.
LA MODA E LA CUCINA: DUE RIVOLUZIONI PARALLELE
Gli anni Sessanta e Settanta furono il decennio in cui la moda e la gastronomia smisero di essere ornamento della vita borghese e diventarono linguaggio civile. La moda parlava di libertà — dal corpo, dal genere, dalla classe — e la cucina parlava di identità, di territorio, di una cultura materiale che l’industrializzazione minacciava di cancellare. Alessandra stava seduta esattamente al crocevia di queste due rivoluzioni, e le aveva capite entrambe.
Le riviste di moda che dirigeva non inseguivano le tendenze: le analizzavano, le contestualizzavano, le traducevano per un pubblico che non abitava le passerelle ma le strade. E i periodici di cucina che aveva contribuito a ridisegnare non erano ricettari: erano reportage di un paese che stava riscoprendo se stesso attraverso il cibo. Un’intervista a una cuoca toscana aveva la stessa dignità di un profilo di uno stilista milanese.
Questa visione, che cultura alta e cultura quotidiana non fossero in contraddizione ma in dialogo, era rivoluzionaria per l’epoca. E Alessandra la portava avanti con la modestia di chi è convinto delle proprie idee senza bisogno di proclamarle.
«Cucinare e vestirsi sono gli atti più quotidiani e più profondi che esistano. Raccontarli con rispetto significa rispettare chi li compie.»
L’EREDITÀ
Alessandra lasciò la direzione editoriale a metà degli anni Novanta, dopo oltre trent’anni di lavoro ininterrotto che aveva trasformato una casa editrice di medie dimensioni in un gruppo editoriale internazionale. Lo fece con la stessa discrezione con cui aveva cominciato: un annuncio sobrio, una cena con i collaboratori più stretti, nessuna conferenza stampa.
Non scrisse mai un libro di memorie, le fu proposto più volte, rifiutò con garbo. Preferiva che il suo lavoro parlasse attraverso le riviste che aveva costruito, le carriere che aveva sostenuto, le scelte editoriali che avevano resistito al tempo. “I libri di memorie,” diceva, “li scrivono quelli che hanno qualcosa da difendere. Io ho qualcosa da lasciare, che è diverso.” Ciò che ha lasciato è ancora leggibile, se si sa dove guardare. Nelle riviste che hanno formato generazioni di lettrici italiane e francesi. Nelle redazioni dove lavorano oggi donne che lei ha assunto, formato, difeso quando nessun altro lo avrebbe fatto. Nella convinzione, che le sue colleghe hanno trasmesso alle loro figlie e le loro figlie ai propri figli, che una donna possa occupare qualsiasi stanza — anche quelle che non le erano state destinate — senza alzare la voce. Senza perdere lo chignon.
Alessandra non ha insegnato ai suoi figli e alle generazioni che le hanno guardate camminare, che il futuro si conquista gridando. Ha insegnato qualcosa di più raro e di più potente: che chi sa leggere il tempo che verrà, e ha la volontà silenziosa di prepararsi ad abitarlo, non ha bisogno di abbattere nessuna porta. Le porte si aprono da sole, davanti a chi sa già cosa c’è dall’altra parte.

L’EDITORIA DI IERI, I MEDIA DI OGGI: LA SOSTANZA NON CAMBIA
C’è una domanda che vale la pena porsi, guardando oggi la vita di Alessandra da una distanza di mezzo secolo: quanto è davvero cambiato il mondo che lei ha attraversato? La risposta, a ben guardare, è meno scontata di quanto sembri. L’editoria che Alessandra conosceva era lenta, fisica, profonda — fatta di bozze su carta velina, di riunioni di redazione dove le parole pesavano, di numeri che uscivano una volta al mese e restavano sul comodino per settimane. Oggi i contenuti viaggiano in frazioni di secondo, si consumano su schermi luminosi in metropolitana, si scorrono con il pollice senza quasi fermarsi. La forma è cambiata radicalmente, la velocità è diventata il metro di ogni cosa, e la soglia dell’attenzione si è ristretta fino a sembrare, a volte, quasi impercettibile. Eppure, se si ha la pazienza di guardare oltre la superficie, ciò che Alessandra faceva è esattamente ciò che i migliori editor, direttori creativi e curatori di contenuto fanno ancora oggi: scegliere cosa merita di esistere, dare forma a un’idea prima che diventi comprensibile a tutti, costruire un rapporto di fiducia con un pubblico che non si vede ma si intuisce. Le riviste di carta erano il feed di quel tempo. Le riunioni di redazione erano le call editoriali di oggi. Il lancio di un nuovo periodico era, nella sostanza, il lancio di una piattaforma. I mezzi sono mutati, la fruizione si è fatta frenetica e frammentata, ma la domanda fondamentale, cosa vale la pena raccontare, e a chi, e come, è rimasta intatta, immobile al centro di ogni scelta editoriale degna di questo nome. Alessandra lo sapeva già allora. E forse è proprio per questo che il suo modo di lavorare, così radicato nell’ascolto e nella visione, suona ancora oggi sorprendentemente moderno.
Le storie cambiano pelle ad ogni epoca, ma il loro cuore batte sempre allo stesso ritmo: quello di chi ha qualcosa da dire e sa aspettare il momento giusto per dirlo.


