La fondatrice di Cookin’Factory ripercorre i dieci anni del progetto torinese: una cucina senza divismi, dove contano le persone prima ancora dei piatti.
C’è una frase che racconta più di tutte Claudia Fraschini: “Hai quasi cinquant’anni… ora o mai più“. È da lì che nasce Cookin’Factory, non da un business plan o da una strategia di marketing. Piuttosto da una domanda personale, quasi brutale, che molte donne si pongono senza dirlo ad alta voce: che cosa lasci davvero di te?
Dieci anni dopo, quello spazio di via Savonarola a Torino è diventato molto più di una scuola di cucina. Cinquecento metri quadrati dove convivono corsi, cene, musica, fotografia, team building, viaggi gastronomici e una comunità che continua a tornare. “Cookin’Factory è nata quando ho deciso di credere finalmente in me stessa“, racconta Claudia.
La cucina, del resto, per lei non è mai stata una scelta razionale. Laurea in Scienze Politiche Internazionali, poi il catering, la formazione, la televisione. Ma il filo era già lì da bambina. “A un certo punto la cucina è semplicemente diventata la mia lingua“, dice. Una lingua che usa ancora oggi in modo molto personale, quasi teatrale. Non a caso parla delle sue “performance gastronomiche“: chi entra da Cookin’Factory non trova soltanto una ricetta, ma una narrazione continua fatta di gesti, energia e presenza scenica.
È anche il motivo per cui ha capito presto che il cibo, da solo, non bastava. “Le persone cercano un luogo in cui potersi incontrare davvero“. Nei suoi corsi il piatto diventa quasi un pretesto per creare vicinanza. “Mai come in questo periodo penso che un piatto sia come una fotografia: se va spiegato, non è fatto bene“.

Nel frattempo Cookin’Factory è cresciuta. Sono arrivati i Cookin’Tour, serate dedicate alle cucine del mondo costruite insieme al Corpo Consolare torinese, e anche Forchetta, gastronomia “on demand” nata un anno fa. Ma dietro l’entusiasmo creativo resta la fatica concreta dell’impresa. “Il ginepraio legale, amministrativo, fiscale e igienico-sanitario è un vero freno all’entusiasmo“, ammette senza diplomazie. Eppure continua a difendere una cucina fondata sulle relazioni più che sulla competizione. “La rivalità rende tutto tossico. Le relazioni, invece, nutrono l’ambiente tanto quanto il cibo nutre le persone“.
Anche il gruppo che lavora con lei è costruito su questa idea. Nessuna brigata militarizzata, nessuno star system da cucina televisiva. “Il segreto è la responsabilità: nessuno sta al traino, ci si muove insieme“. Una filosofia che emerge pure nel racconto della “Dama nuda“, il dolce creato per il decennale insieme allo chef Andrea Lavacca e alla pastry chef Cristina Berlen. Claudia scherza: “Dentro c’è soprattutto la mia gola, perché io e i dolci non siamo mai andati fortissimo d’accordo“.
E poi c’è Torino, città che negli ultimi anni ha trasformato profondamente il proprio rapporto con il cibo. Lei però sostiene di non aver visto cambiare troppo i suoi clienti. Forse perché, più che inseguire le mode, ha costruito un’identità precisa: diretta, calorosa, istintiva. Una cucina che profuma di sugo di pomodoro con basilico e aglio, il profumo che per Claudia coincide ancora con la felicità.
Alla domanda su cosa sogni oggi, dopo dieci anni, la risposta arriva immediata e quasi spiazzante nella sua semplicità: “La solidità per la mia azienda e per i miei collaboratori. E chiaramente la pace nel mondo“.
Mentre su quello che vorrebbe sentirsi dire tra altri dieci anni non ha dubbi: “Torneremo“.


