Famiglia, talento e visione imprenditoriale: Anna Fendi ripercorre la nascita di una delle maison simbolo del Made in Italy, il sodalizio con Karl Lagerfeld e i valori che continuano a guidare la sua vita.
Secondogenita delle cinque sorelle Fendi, Anna Fendi è molto più di un nome legato a uno dei marchi italiani più celebri al mondo. È una donna che ha attraversato quasi un secolo di storia della moda, dell’imprenditoria e del costume italiano, contribuendo a trasformare una piccola attività di famiglia in una maison internazionale riconosciuta per eccellenza, innovazione e artigianalità.
Figlia dei fondatori Adele Casagrande ed Edoardo Fendi, imprenditrice, moglie, madre di tre figlie e nonna di quattordici nipoti, Anna Fendi ha sempre posto al centro della propria vita valori come disciplina, responsabilità, creatività e gentilezza. Insieme alle sorelle Paola, Franca, Carla e Alda ha costruito un modello imprenditoriale fondato sulla collaborazione, trasmettendo alle generazioni successive quello stesso patrimonio umano che ha accompagnato la crescita dell’azienda.La F di Fendi per Anna, infatti, è sempre stata la F di Famiglia.Una frase che racchiude un’esistenza. Perché dietro uno dei marchi più prestigiosi del Made in Italy non c’è soltanto una storia di moda, ma una storia di donne, di lavoro, di coraggio e di legami familiari.
In questa intervista ripercorre gli anni della formazione, l’incontro con Karl Lagerfeld, l’espansione internazionale di Fendi, il rapporto con la famiglia e le nuove sfide che oggi la vedono protagonista nel mondo dell’ospitalità, della cultura e del wine&food.


Quanto conta il ruolo della persona giusta e quanto il valore del lavoro di squadra?
“Entrambi sono fondamentali. Il nostro lavoro, come tanti altri, non è mai il risultato di una sola persona, ma di una squadra di collaboratori che, nel tempo, diventano persone di fiducia. L’importante è creare un gruppo affiatato, capace di diventare un valore aggiunto per l’azienda. Noi abbiamo avuto la fortuna di poter contare su collaboratori fedelissimi, persone di grande talento che hanno scritto insieme a noi la storia della Maison Fendi. Un ringraziamento particolare va al nostro direttore creativo Karl Lagerfeld, che ha condiviso con noi oltre cinquant’anni di lavoro”.
C’è una figura che ricorda con particolare affetto?
“Penso a Chino Bert, un grande talento e protagonista di una storia straordinaria. Era di Pavia e debuttò a soli diciannove anni come disegnatore di moda nella Maison Rosandrè di via Manzoni, a Milano. Arrivò da noi nel 1965, proprio nel momento del debutto sulle passerelle ufficiali. Collaborò con Karl Lagerfeld e con un altro disegnatore spagnolo alla prima collezione realizzata per l’inaugurazione del nostro atelier di via Borgognona”.
Quale fu il suo contributo più significativo?
“Firmò alcuni modelli di cappotti voluminosi realizzati con tessuti morbidi e leggeri, caratterizzati da lavorazioni e intarsi inconfondibili. Nonostante il successo, dopo poco tempo decise di ritirarsi in un monastero benedettino, dove divenne Don Franco. Una scelta sorprendente, che rende la sua storia ancora più affascinante”.
Il nome di Fendi è stato legato per oltre mezzo secolo a Karl Lagerfeld. Come descriverebbe questo rapporto?
“Karl non è stato soltanto il direttore creativo di Fendi. È stato parte della nostra famiglia a tutti gli effetti. Era il DNA del marchio.
Come dice mia figlia Silvia, con cui ha lavorato per venticinque anni, quella tra Karl e Fendi è stata probabilmente la più lunga storia d’amore della moda”.
Come avete conosciuto Karl Lagerfeld?
“Ci fu presentato dal Conte Franco Savorelli di Lauriano, nostro grande amico e storico PR. Karl era appena arrivato da Parigi. Da vero genio quale era, riuscì a creare un equilibrio perfetto tra alta artigianalità e innovazione. Noi, attraverso una ricerca costante e approfondita, siamo sempre riuscite a sostenere e valorizzare questa sua visione”.

Che cosa ha portato Karl Lagerfeld a Fendi?
“Ha completamente reinventato il linguaggio estetico della maison. Ci affidava i suoi disegni con assoluta fiducia, lasciandoci grande libertà nell’applicazione delle idee. Per me Karl è stato il Leonardo della moda. Nei suoi schizzi nulla era casuale: ogni dettaglio aveva un significato preciso, bastava saperlo leggere”.
Ricorda un episodio che racconti bene il suo metodo creativo?
“Un giorno arrivò nel nostro ufficio stile di Palazzo Ruspoli con alcune fotografie di Constantin Brâncuși. Tra queste ce n’era una che lo aveva particolarmente colpito: un campo arato visto dall’alto, con un alternarsi di superfici opache e lucide dai riflessi violacei.
Ci chiese di tradurre quell’immagine in un mantello da sera, sia in pelliccia sia in tessuto, riproducendo il ritmo e i contrasti del terreno. Quando gli presentammo la campionatura ne rimase entusiasta e sviluppò immediatamente una serie di abiti e mantelli basati su quella lavorazione. Ogni quindici giorni arrivava da Parigi e trascorreva l’intera giornata nel nostro ufficio stile per seguire l’avanzamento delle collezioni. Quelle giornate mi mancano moltissimo”.
C’è un ricordo che custodisce più degli altri?
“Ne ho due. Il primo è una delle nostre ultime sfilate nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, a Firenze. Ricordo venti minuti di applausi e nostra madre immobile, con il bastone tra le mani, sopraffatta dall’emozione. Il secondo è la sfilata del 7 luglio 2016 alla Fontana di Trevi, organizzata per celebrare i novant’anni di Fendi. Le modelle sembravano camminare sull’acqua grazie a una passerella in plexiglass. Karl disegnò interamente la collezione “Legends and Fairy Tales”, con l’assistenza di mia figlia Silvia. Fu un momento straordinario”.
Qual è stato il primo indirizzo di Fendi?
“La nostra storia inizia nel 1925, quando mia madre Adele Casagrande e mio padre Edoardo Fendi aprirono un piccolo negozio di accessori, borse e pellicce in via del Plebiscito, a Roma”.
Quando è entrata in azienda?
“Avevo diciassette anni e frequentavo ancora la scuola. Un giorno mia madre mi mise in punizione per qualcosa che avevo combinato e mi disse: “Da domani vieni a lavorare”. È iniziata così la mia vita in azienda”.
Quali erano gli obiettivi di quegli anni?
“Volevamo cambiare completamente il concetto di pelliccia. Non doveva più rappresentare soltanto uno status symbol, ma seguire la moda e le tendenze come qualsiasi altro capo d’abbigliamento. Insieme alle mie sorelle e alla nostra première Rina iniziammo a lavorare a una nuova idea di leggerezza e innovazione”.
È così che nacque la vostra prima collezione?
“Sì. Attraverso un lavoro collettivo e quotidiano nacque la nostra prima collezione di pellicce, accessori e cappelli, presentata al Grand Hotel di Roma e battezzata “La collezione dell’amore”. Rinnovammo completamente il concetto del mantello, introducendo modelli sfoderati, leggeri e reversibili. Da quella ricerca nacquero anche i primi impermeabili in pelliccia reversibili”.
Lei si è sempre occupata anche degli accessori.
“Gli accessori sono stati una delle mie grandi passioni. Amavo particolarmente la selleria e iniziai a progettare pochette in coccodrillo morbido, con dettagli preziosi in lacca e argento e tracolle in cordone di seta. Lavorai anche a shopper in pelle e nappa leggerissima, collaborando con straordinari artigiani. Questa passione l’ho poi trasmessa a mia figlia Silvia”.
Quando è avvenuto il passaggio di testimone a Silvia Venturini Fendi?
“Nel 1994 le affidai la responsabilità dell’ufficio stile. Per anni ha lavorato in perfetta sintonia con Karl Lagerfeld, contribuendo alla nascita di creazioni iconiche come la Baguette e la Peekaboo, diventate simboli del lusso contemporaneo”.
Qual è stata la svolta successiva per l’azienda?
“Decidemmo di riunire tutte le attività in un’unica sede. Trovammo un ex teatro in via Borgognona e lo trasformammo nel cuore della nostra attività, con atelier, showroom, laboratori e punto vendita. Fu una scelta impegnativa, che sentii sulle spalle per molti anni, ma si rivelò decisiva per il futuro dell’azienda”.
Quanto è stata importante sua madre in quel percorso?
“Fondamentale. Aveva fiducia in noi, ma ci ricordava sempre una regola: “Posso ammettere un solo sbaglio da voi, ma due no. Siate responsabili di quello che fate”. Via Borgognona rappresenta la vera nascita della nostra dimensione internazionale”.
Lei è stata anche Presidente dell’Associazione Via Borgognona.
“Sì, per quarant’anni. In quel contesto ideai il Premio della Pace, che ho assegnato a personalità come Michail Gorbaciov, Giovanni Paolo II, Madre Teresa di Calcutta, Sandro Pertini, Emma Bonino ed Elisabetta Belloni”.
Ha già individuato il prossimo destinatario?
“Non ancora. In un momento storico così delicato spero di poterlo assegnare presto alla persona giusta. Ho un nome in mente, ma preferisco non sbilanciarmi”.
Qual è stato il primo grande risultato che ha sentito davvero suo?
“L’ingresso di Fendi nel mercato americano, affrontato insieme a mia sorella Carla. Era il 1975 e partimmo per New York con poche certezze, ma con molto entusiasmo e una straordinaria complicità”.
Come riusciste a entrare in un mercato così competitivo?
“Portammo con noi alcuni capi di prêt-à-porter e di pellicceria nelle nostre valigie Fendi.
Grazie al supporto del nostro PR Rudy Crespi e di sua moglie Consuelo, incontrammo la buyer di Bendel. La collezione le piacque molto, ma aveva già esaurito il budget”.
Eppure riusciste a convincerla.
“Sì. Le dicemmo che avremmo consegnato una nuova collezione in appena quindici giorni, a patto che tutte le vetrine fossero dedicate a Fendi. La mattina successiva incontrammo la presidente Gerardine Stutz, che decise di acquistare la collezione. Dopo due settimane eravamo già sulla Fifth Avenue”.

Da lì iniziò la conquista dell’America?
“Esattamente. Nel 1976 Bergdorf Goodman ci dedicò un intero piano riservato alle pellicce Fendi e una boutique con ingresso diretto sulla Fifth Avenue per gli accessori. Fu l’inizio di una crescita internazionale che ci portò a sperimentare sempre di più”.
Qual era il vostro approccio creativo?
“Pensavamo che nulla fosse impossibile nella sperimentazione. Lavoravamo sulla fusione dei materiali, sulle lane pregiate, sul cashmere, sulla seta stampata. Quando Karl introdusse nella nostra ricerca i riferimenti alla Pop Art, realizzammo una collezione premiata con l’Occhiolino d’Oro per gli stampati. Conservo ancora oggi quei campioni: rappresentano una parte importante della nostra storia”.
Qual era il suo ruolo all’interno dell’azienda?
“Ero responsabile della linea abbigliamento e degli accessori, oltre che della maglieria e del denim. Ho sempre guidato lo studio di progettazione e stile che si trovava a Palazzo Ruspoli, in via Fontanella Borghese”.
Qual è il segreto del successo?
“L’umiltà. Lo ripeto sempre ai miei figli e ai miei nipoti: l’umiltà è il segreto più aristocratico che si possa insegnare insieme al valore del lavoro e della creatività”.
Che rapporto aveva con sua madre?
“Meraviglioso. Ci siamo amate profondamente. A volte l’ho temuta, ma l’ho sempre compresa”.
E con le sue sorelle?
“Con tutte c’era un legame fortissimo, ma con Carla ho avuto una sintonia speciale.
Quando è mancata, è venuta a mancare una parte di me. Bastava uno sguardo per capirci”.
C’è qualcosa che ha tardato ad arrivare nella sua vita?
“Forse un po’ di riposo. Ancora oggi mi manca”.
Quando avete capito di avere raggiunto il successo?
“Il successo arrivò e, a volte, sorprendeva persino noi”.
Cinque sorelle, cinque personalità diverse. Come siete riuscite a convivere professionalmente?
“Perché nessuna di noi voleva essere protagonista. La protagonista era Fendi. Non c’era tempo per i personalismi e nessuno doveva emergere sopra gli altri”.
A un certo punto arriva anche il dialogo con la cultura.
“La cultura è sempre stata parte del nostro percorso. Nell’ingresso dell’atelier di via Borgognona dedicammo uno spazio ai libri, senza mai oscurare la moda. Persino Bergdorf Goodman seguì il nostro esempio, esponendo le pubblicazioni di Franco Maria Ricci”.
Quale iniziativa ricorda con maggiore soddisfazione?
“Nel 1988 organizzammo una grande mostra dedicata al rapporto tra Fendi e Karl Lagerfeld presso la Galleria d’Arte Moderna di Roma. Ricevette il consenso di critici come Achille Bonito Oliva e Vittorio Sgarbi e attirò un pubblico numerosissimo, soprattutto giovane”.
Ha ricevuto molti riconoscimenti nel corso della carriera. Qual è quello a cui tiene di più?
“I riconoscimenti più importanti non sono quelli ufficiali. Sono i ricordi di una vita trascorsa nel lavoro e nella famiglia, prima con mia madre e le mie sorelle, poi con le mie figlie. E soprattutto il rapporto straordinario che ha unito noi cinque sorelle Fendi”.
Ognuna aveva un ruolo preciso?
“All’inizio no. Eravamo delle trasformiste. Con il tempo ognuna ha trovato naturalmente la propria strada, seguendo le proprie inclinazioni”.
Dalla moda all’ospitalità: come nasce questa nuova fase della sua vita?
“Nasce dalla mia passione per il design e per l’accoglienza. Sono stata l’ideatrice di Fendi Casa e ho sempre avuto una naturale predisposizione per gli interni”.
È così che nasce Villa Laetitia?
“Sì. Ho restaurato una villa progettata da Brasini nel 1911, trasformandola in Villa Laetitia.
Successivamente ho collaborato a numerosi progetti di interior design, dagli yacht alle residenze private, fino ai Casali del Pino, l’azienda agricola biologica guidata da mia figlia Ilaria”.
E il mondo del vino?
“È arrivato in modo naturale. Insieme al mio compagno di vita, Pino Tedesco, ho creato la Wine Selection by Anna Fendi, una selezione di eccellenze provenienti da tutta Italia. Nata per accompagnare la proposta dell’Enoteca La Torre di Villa Laetitia, è diventata nel tempo un progetto autonomo fondato sulla ricerca della qualità”.
Quali sono oggi i suoi progetti?
“Negli ultimi anni ho creato anche un’associazione culturale che opera nell’area del Monte dei Cocci, un luogo di Roma che amo profondamente. È un progetto che stiamo sviluppando insieme alla nostra AFV Family e che guarda al futuro, unendo cultura, ospitalità, convivialità e visione. Un modo per continuare a costruire, con lo stesso entusiasmo di sempre”.

