Dalla moda all’arte bianca, la fondatrice di Mater e Clove racconta come estetica, lievito madre e identità di brand possano trasformare una semplice pausa pranzo in un’esperienza contemporanea.
Prima di mettersi dietro al banco della pizza, Amalia Costantini ha affinato lo sguardo nel mondo della moda e dell’arte. Oggi è una delle pizzaiole più interessanti della nuova scena italiana: fondatrice di Mater e anima del progetto Clove, ha trasformato la pizza d’autore in un format urbano, veloce e curato, dove lievito madre, ricerca e design convivono in un’identità forte. Per Costantini, infatti, il gusto non si esaurisce nel piatto: passa attraverso gli spazi, i colori, i materiali e la capacità di costruire un’esperienza coerente. Un approccio che guarda al lifestyle contemporaneo senza perdere di vista artigianalità e qualità.
Amalia, Clove sembra avere molti elementi in comune con il mondo della moda. Quanto è stato importante costruire non solo un prodotto gastronomico, ma un vero e proprio brand?
«Clove è nato fin dall’inizio come un brand, non come un semplice locale. Il mio obiettivo era creare un’identità riconoscibile, capace di mantenere la propria anima anche in futuro, ovunque venga replicata. Chi entra da Clove deve percepire subito un’atmosfera precisa, fatta di leggerezza, essenzialità e attenzione al dettaglio. Il design non è un elemento decorativo, ma il modo in cui un’identità prende forma. Probabilmente questa sensibilità arriva anche dal mio passato nella moda e dalla formazione artistica: lì ho imparato che estetica ed etica devono procedere insieme e che la bellezza nasce dall’equilibrio tra forme, colori e materiali.»
Nel tuo lavoro convivono la lentezza delle fermentazioni e la velocità della città. Come dialogano questi due ritmi?
«Per me non sono in contrasto. La lentezza appartiene al lavoro dell’artigiano, la velocità a quella del cliente. Noi possiamo prenderci tutto il tempo necessario per rispettare il lievito madre, aspettare la natura e costruire un grande impasto. Quando però il cliente arriva, tutto deve essere fluido. Lavoro affinché lui non debba aspettare quello che io ho aspettato. È una filosofia che porto anche nella vita: dietro ciò che appare naturale ci sono organizzazione, studio e molto lavoro invisibile.»



L’identità di Clove passa anche attraverso grafica, colori, materiali e una forte cifra estetica. Quanto conta oggi il “vestito” di un locale?
«Conta moltissimo. Oggi non basta fare un buon prodotto: serve un’identità riconoscibile. Il “vestito” di un locale è il primo racconto della sua filosofia e deve essere coerente con ciò che si offre. Per questo ogni dettaglio di Clove è stato progettato con attenzione, dai menu numerati ai materiali, fino al linguaggio della comunicazione. La moda mi ha insegnato a togliere il superfluo, a cercare misura ed equilibrio. Il bello, però, non è mai un’aggiunta: deve nascere dalla verità del progetto. Quando tutto è coerente, dalla pizza agli spazi, la bellezza diventa parte integrante dell’esperienza.»
Accanto a te oggi lavora tuo figlio Alessandro, formato all’Accademia Niko Romito. Che valore ha costruire un progetto capace di attraversare le generazioni?
«È probabilmente la soddisfazione più grande. Io porto l’esperienza, il lievito madre custodito negli anni, gli errori e il percorso fatto. Alessandro porta uno sguardo nuovo, una formazione contemporanea e una sensibilità diversa nella presentazione del prodotto e nella costruzione dell’esperienza. Da questo dialogo nasce qualcosa che evolve senza perdere le proprie radici. Credo che il vero successo non sia aprire un locale, ma costruire un’identità capace di crescere nel tempo e continuare a vivere attraverso le nuove generazioni. È il sogno che accompagna Mater, Clove e tutti i progetti che verranno.



