Non è semplice avere l’opportunità di intervistare la General Manager di uno degli hotel più celebri e prestigiosi al mondo. Il Caruso, A Belmond Hotel, Ravello non rappresenta soltanto un punto di riferimento dell’hôtellerie internazionale di lusso, ma è anche un luogo che, da oltre un secolo, accoglie viaggiatori, artisti, capi di Stato, imprenditori e personalità provenienti da ogni parte del pianeta. Eppure, varcando il grande portone dell’antico palazzo che domina dall’alto la merlettata Costiera Amalfitana, ogni formalità sembra dissolversi. È forse questo il segreto più autentico del Caruso: l’eccellenza non viene mai ostentata, ma vissuta con naturalezza. Lo si percepisce immediatamente nella disponibilità delle persone che vi lavorano, nella gentilezza mai costruita, nella capacità di far sentire ogni ospite accolto come se fosse a casa propria. Una qualità rara, che non si insegna e che probabilmente rappresenta il vero lusso contemporaneo. La storia dell’edificio affonda le proprie radici nell’XI secolo, quando nacque come palazzo nobiliare appartenente alla famiglia d’Afflitto. Nei secoli successivi l’edificio attraversò trasformazioni, ampliamenti e cambi di proprietà, fino a diventare uno degli alberghi simbolo della Costiera Amalfitana. Oggi, grazie a Belmond, il Caruso continua a custodire la propria identità storica, unendo il fascino dell’architettura medievale agli standard più elevati dell’ospitalità internazionale. Affreschi, chiostri, giardini terrazzati, il celebre infinity pool sospeso tra cielo e mare e ambienti ricchi di storia raccontano una destinazione che va ben oltre il semplice soggiorno.
A guidare questa straordinaria macchina dell’accoglienza è Iolanda Mansi, General Manager del Caruso, professionista che ha fatto dell’ospitalità una filosofia di vita, convinta che il fasto più autentico nasca dalla capacità di raccontare un territorio e non soltanto una struttura. Dalle sue parole emerge una visione netta: il Caruso non è un’isola separata dalla Costiera Amalfitana, ma un interprete della sua identità culturale, storica, gastronomica e umana. Un dialogo continuo tra passato e futuro, tra eleganza internazionale e radici profondamente mediterranee.
L’Hotel Caruso è un simbolo dell’ospitalità internazionale di lusso, ma al tempo stesso è profondamente radicato a Ravello. In che modo riuscite a trasformare il territorio da semplice cornice paesaggistica a protagonista autentico dell’esperienza degli ospiti?
«Il rapporto con il territorio è un’osmosi costante, una sinergia di intenti e di progettualità che si concretizza, periodicamente, in azioni precise. Dall’offerta enogastronomica, alla scelta delle ceramiche e dei piccoli doni da regalare all’ospite, cerchiamo sempre di includere e valorizzare il territorio attraverso le sue eccellenze autoctone. Al Caruso, il territorio non è mai cornice ma protagonista stesso della nostra realtà e del nostro modo di proporci agli ospiti, di raccontarci. I piatti creati dallo Chef Armando Aristarco, le esperienze che proponiamo per vivere la destinazione sono ad esempio testamento di una realtà che ci appartiene e che ci regala talmente tanto che sentiamo il dovere morale di proteggerla ed esaltarla il più possibile. Una destinazione non può essere tale solo ed esclusivamente facendo riferimento alla struttura e tagliando fuori tutto il contesto, lo è per ciò che circonda e motiva quella struttura da un punto di vista storico e culturale, garantendone dinamiche, esperienze, origine, Il concetto di identità nasce da questo».
Oggi il viaggiatore di fascia alta non cerca più soltanto comfort ed esclusività. Quanto conta per voi offrire un’immersione nella cultura locale, nella storia, nelle tradizioni sociali e nell’identità più autentica della Costiera Amalfitana?
«Tutta l’esperienza che il Caruso offre all’ospite è incentrata sulla valorizzazione del territorio, della sua identità e tradizione. Basti pensare che abbiamo un ricco calendario di attività gratuite a disposizione dell’ospite che vanno dalle ‘lezioni di Italiano’, classi per imparare a fare il limocello o la pasta a mano, lezioni di pizza e di pittura. Per gli amanti del trekking, il nostro istruttore ti accompagna a a fare delle camminate immersive nei punti più scenici del territorio.
Molto spesso si tende a pensare che un ospite abituato al lusso sia quasi fisiologicamente contrario, avverso all’autenticità che caratterizza il contesto. In realtà abbiamo prova del contrario quotidianamente: gli ospiti sono conquistati dall’approccio del Team, dal modo in cui la professionalità viene convogliata e arricchita da spontaneità e passione che sono retaggio del nostro modo di fare ospitalità, di raccontarci appunto e di farlo legandoci imprescindibilmente al territorio con aneddoti, profumi, tradizioni, leggende. Non è un caso se un certo modo di fare accoglienza sia nato in Costiera Amalfitana, penso al Grand Tour, al modo in cui artisti, scrittori e mecenati o filantropi, sono stati conquistati da questi luoghi. Questo aspetto è fondamentale e ci permette di non essere soltanto una scenografia fine a sé stessa ma di essere contenuto che invita gli ospiti a scoprire il territorio».
Quali sono le esperienze che meglio rappresentano questa filosofia? Penso agli incontri con i produttori cilentani, ai percorsi nei borghi, alle visite culturali, alle escursioni tra terra e mare: come nasce la selezione delle attività proposte ai vostri ospiti?
«Autenticità e identità fanno rima con sinergia, collaborazione. E con intuizione. Amiamo spaziare in più ambiti e arricchire le esperienze nei modi più variegati. Oltre al rapporto con i produttori cilentani, che caratterizza l’esperienza al Caruso dalla colazione fino agli aspetti fitness, con prodotti detox, delineiamo una serie di attività che coinvolgono direttamente il territorio. Non ci limitiamo alle escursioni in barca, sicuramente l’aspetto suggestivamente più valido e ammaliante, la Costiera vista dal mare è una sorpresa continua anche per noi che la viviamo tutti i giorni, ma ci diversifichiamo anche con l’entroterra, quindi con quelle che vengono definite le esperienze off the beaten tracks. Così è possibile pranzare in un limoneto, percorrere l’antico Sentiero delle Formichelle che da Tramonti conduce al mare, percorso su cui le donne trasportavano le pesanti ceste di limoni, oppure visitare le cantine dell’entroterra e ancora scoprire chiese, frazioni e altri angoli spettacolari di Ravello e magari meno noti, grazie al site jogging con un nostro trainer».
Ravello è una destinazione dalla straordinaria stratificazione storica e culturale. Come riuscite a raccontare agli ospiti internazionali un luogo che non è soltanto una meta turistica, ma un crocevia di arte, musica, letteratura e storia mediterranea?
«Anche in questo caso raccontare è semplice, nessuna forzatura, caricatura. Tutto è già nel luogo, nella destinazione, basta solo convogliare il messaggio. Dunque partiamo dal nome del nostro destination restaurant, il Pantaleone. E’ un chiaro omaggio a un ravellese, capostipite dell’omonima famiglia proprietaria dell’antico Caruso ma è soprattutto un omaggio all’antesignano dell’ospitalità targata Ravello e Costiera Amalfitana. E ancora il nostro Bar Adagio. Non è soltanto il trionfo dello slow luxury, del tempo che va vissuto pienamente ma anche e soprattutto dell’identità musicale del territorio, adagio come tempo musicale che invita alla riflessione».
Anche l’enogastronomia rappresenta uno strumento privilegiato per leggere un territorio. Quali sono i format gastronomici e le esperienze culinarie che state sviluppando insieme all’executive Chef Armando Aristarco per avvicinare la clientela internazionale ai sapori e alle produzioni della Campania?
«Come hai già anticipato, la collaborazione con i produttori cilentani è una delle tante attivazioni e mi piace sottolineare che non siamo in presenza di una collaborazione solo commerciale ma di un vero e proprio rapporto di amicizia. Il territorio è ovunque con il limone ma anche con un concetto base ispirato alla tradizione e perfettamente concentrato nella filosofia dello chef e del Pantaleone, l’Antiqua Cucina Nova, un continuo abbracciarsi tra passato e futuro per motivare, ispirare e trasformare il presente in domani».
Quanto è importante per voi creare un dialogo tra l’alta cucina e il patrimonio agroalimentare locale, valorizzando piccoli produttori, eccellenze territoriali e tradizioni gastronomiche che spesso sfuggono ai circuiti del turismo più convenzionale?
«L’alta cucina, nella filosofia del nostro chef, non è mai stravolgimento, forzatura, caricatura che rende irriconoscibile il prodotto, la genesi della ricetta, la provenienza, la tradizione di cui è figlia. Anche i nomi dei menù del Pantaleone, ad esempio, sono un omaggio diretto a questa filosofia: comprensibili, diretti, legati anche alla conformazione del territorio, penso al Borgo. Niente è lasciato al caso o estremizzato al punto da rendersi estraneo, di difficile approccio. Dal riso della Piana del Sele all’utilizzo del limone, che il nostro chef Aristarco definisce il suo “ elisir”, ogni piatto, seppure frutto di un’elaborazione attenta e di una tecnica consapevole, riconduce sempre al territorio, ha casa, nome e un indirizzo preciso».
Aprirsi al territorio significa inevitabilmente invitare gli ospiti a uscire dalla dimensione protetta dell’hotel per entrare in contatto con la vita reale della destinazione. Questa scelta può rappresentare un’arma a doppio taglio, soprattutto per una clientela molto esigente che ricerca privacy e tranquillità, oppure ritiene che sia proprio questo il valore aggiunto dell’ospitalità contemporanea?
«Fortunatamente Ravello ci aiuta tanto. E’ un buen retiro lontano dalle rotte più caotiche e come spesso sottolineo, una scelta. A Ravello arrivi perché vuoi vedere Ravello, vuoi raggiungerla e non c’è tornante inerpicato o strettoia che tenga. Poi certo, magari l’impatto con l’inevitabile congestione estiva della Costiera è qualcosa in cui i nostri ospiti possono incappare ma forse è anche un elemento di confronto che ci permette, ancora una volta, di “vincere”. Dopo una mattinata di vita costiera più vivace, caotica, si torna a Ravello, al Caruso, si sceglie la nostra Piscina, puntata verso il mare come una prua, si respira il profumo delle rose misto a quello degli agrumi e anche la peggiore giornata di traffico, si scioglie in una coccola».
L’abbiamo conosciuta come General Manager di una delle strutture più prestigiose al mondo, impegnata ogni giorno a garantire standard elevatissimi di ospitalità. Ma quando la giornata lavorativa termina e Iolanda Mansi toglie la giacca da direttrice, chi rimane? Quali sono le passioni, i luoghi, gli affetti e i valori che accompagnano la persona oltre il ruolo professionale?
«Sono innanzitutto la mamma di Alfonso. La mia passione è il mio lavoro, lo ammetto, oltre alla mia famiglia, alle amiche, le stesse di sempre, con cui amo trascorrere le ore libere, mantenere alcuni appuntamenti fissi per le Feste Patronali, i fuochi d’artificio si guardano rigorosamente insieme, o altre tradizioni che ci portiamo dietro sin da quando eravamo bambine. Il lavoro non è mai qualcosa che arriva come un dovere: spesso a tarda ora, quando so di aver dedicato il tempo giusto a mio figlio e al mio compagno Andrea, mi perdo nella corrispondenza, dedico una mezz’ora intensa e riallineo le ultime fasi della giornata. Mi piace rispondere a tutti, a qualsiasi richiesta, dubbio, necessità. Nella mia corrispondenza non ci sono mail senza risposta, così come sul mio telefono ogni chiamata e ogni whatsapp ricevono una replica. Credo sia un dovere. Ogni cosa è importante e nulla va tralasciato».
Guardando al futuro, quale pensa debba essere il ruolo di una struttura iconica come il Caruso nel promuovere un modello di turismo più consapevole, capace di generare valore culturale, sociale ed economico per la comunità locale oltre che per il visitatore?
«Credo che oggi una struttura come il Caruso abbia una responsabilità che va ben oltre l’accoglienza. Un hotel di questa rilevanza non può limitarsi a essere un luogo in cui si soggiorna, ma deve diventare un interprete del territorio e un ponte tra chi arriva e chi quel territorio lo vive ogni giorno. Il turismo del futuro sarà sempre meno orientato alla semplice fruizione e sempre più alla conoscenza, al rispetto e alla condivisione. Il nostro compito è contribuire a costruire una cultura dell’ospitalità che generi valore per tutti: per gli ospiti, che tornano a casa con un’esperienza autentica e non con una semplice fotografia; per gli artigiani, i produttori, gli agricoltori e le imprese locali che rappresentano l’anima della destinazione; e naturalmente per la comunità, che deve continuare a riconoscersi nel proprio patrimonio senza sentirsi spettatrice del turismo. Ogni scelta che compiamo, dalla selezione dei fornitori alle esperienze che proponiamo, fino al modo in cui raccontiamo Ravello e la Costiera Amalfitana, può contribuire a creare un’economia più sostenibile e un turismo più rispettoso dell’identità dei luoghi. Credo molto nella collaborazione tra imprese, istituzioni e comunità locali, perché soltanto facendo rete possiamo preservare ciò che rende questa destinazione unica. Il lusso contemporaneo, a mio avviso, coincide sempre più con l’autenticità. Gli ospiti cercano emozioni vere, relazioni, storie da ascoltare e persone da conoscere. Se riusciremo a custodire questa autenticità senza snaturarla, allora avremo fatto il nostro dovere non solo come albergatori, ma come custodi di un patrimonio che appartiene a tutti e che abbiamo la responsabilità di consegnare, ancora più ricco, alle generazioni future».
Al termine dell’intervista resta una sensazione precisa: il vero protagonista del Caruso non è soltanto la spettacolare posizione panoramica o la fama internazionale conquistata negli anni, ma la capacità di trasformare l’ospitalità in cultura dell’accoglienza. Nelle parole di Iolanda Mansi emerge un’idea di lusso lontana dall’ostentazione. Un lusso che si misura nella cura dei dettagli, nel tempo dedicato alle persone, nel rispetto delle tradizioni, nella valorizzazione dei piccoli produttori, nella tutela del patrimonio storico e paesaggistico e nella volontà di raccontare Ravello e la Costiera Amalfitana con autenticità. Il Caruso continua così a essere molto più di un hotel iconico: è un ambasciatore della Campania nel mondo, un luogo dove ogni esperienza nasce dal territorio e ritorna al territorio, contribuendo a preservarne memoria, identità e bellezza. E forse è proprio questo il messaggio più importante che questa intervista consegna ai lettori: l’ospitalità non consiste semplicemente nell’accogliere qualcuno, ma nel farlo sentire parte di una storia. Una storia che al Caruso continua da quasi mille anni e che, grazie alle persone che ogni giorno la rendono viva, continua a essere scritta con la stessa eleganza, la stessa passione e la stessa straordinaria umanità.



