Due ristoranti, due personalità femminili e un’unica visione: creare luoghi con un’anima. In questa intervista la chef racconta come estetica, territorio e contemporaneità possano dialogare con la stessa armonia di una collezione di moda.
Ci sono chef che costruiscono menu e chef che costruiscono mondi, Anastasia Paris appartiene alla seconda categoria. Con i suoi progetti Futura ed Esterina, la cucina diventa un linguaggio che dialoga con architettura, design e atmosfera, trasformando ogni esperienza gastronomica in un racconto da vivere con tutti i sensi. Il suo percorso, fatto di esperienze internazionali, sala, cucina e ricerca, restituisce una visione contemporanea in cui l’estetica non è mai fine a se stessa ma parte integrante dell’identità. Proprio come accade nella moda, ogni dettaglio contribuisce a definire uno stile riconoscibile e autentico.
Futura ed Esterina hanno entrambe un nome e un volto femminile. Se fossero due donne sedute allo stesso tavolo, come si vestirebbero e cosa si direbbero?
«Le immagino come due donne molto diverse, ma unite da un’eleganza naturale. Futura sceglierebbe linee essenziali, un abito sartoriale dai toni neutri e rappresenterebbe la ricerca, la disciplina, il pensiero. Esterina, invece, avrebbe la leggerezza del lino, il vento tra i capelli e il profumo del mare: è spontanea, mediterranea, istintiva. Non discuterebbero per convincersi ma si ascolterebbero. Alla fine capirebbero di essere due anime della stessa persona: una guarda al futuro, l’altra custodisce le radici.»

Oggi un ristorante si vive con tutti i sensi. Quanto conta costruire un’identità estetica che emozioni ancora prima dell’arrivo del primo piatto?
«È fondamentale. Un ristorante non è più soltanto il luogo in cui si mangia, ma un’esperienza che comincia appena si entra. Materiali, luce, colori e dettagli raccontano la stessa storia che poi ritrovi nel piatto. Con Esterina ho voluto che il mare fosse percepito ancora prima di essere assaggiato. L’emozione deve nascere dallo spazio e accompagnare l’ospite fino al tavolo. Solo quando estetica, cucina e accoglienza parlano la stessa lingua si crea un ricordo autentico.»
Il tuo percorso attraversa cucina, sala, macelleria e un’importante esperienza in Australia. In un’epoca di specializzazioni, la contaminazione è il vero lusso creativo?
«Ne sono convinta. Ogni esperienza ha arricchito il mio modo di lavorare: la sala mi ha insegnato che un piatto si completa solo nell’incontro con chi lo riceve, mentre la macelleria mi ha trasmesso un profondo rispetto per la materia prima. L’Australia è stata una svolta soprattutto umana: mi ha aperto a culture diverse e mi ha fatto capire che innovazione e tradizione possono convivere senza contraddirsi. Continuare a imparare è il vero lusso creativo.»

Nel fashion si dice che l’eleganza consiste nel togliere, non nell’aggiungere. Vale anche per un piatto?
«Assolutamente sì. La vera eleganza è sapere quando fermarsi. Una ricetta raggiunge il suo equilibrio quando ogni ingrediente è indispensabile e nulla cerca di prevalere: se un elemento può essere eliminato senza cambiare il risultato, probabilmente era superfluo. Mi interessa una cucina capace di emozionare con discrezione, lasciando che sia il territorio a parlare, senza mascherarlo.»
Se la tua carriera fosse una collezione di haute couture, quale sarebbe il filo rosso che unisce tutte le tue creazioni?
«Il desiderio di costruire luoghi con un’anima. Non ho mai pensato semplicemente ad aprire ristoranti: il mio obiettivo è creare spazi che raccontino storie, custodiscano emozioni e rimangano nella memoria di chi li vive. È questa la cifra che unisce ogni mio progetto e che continuerà a guidare anche quelli futuri.»



